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sabato 14 aprile 2012
martedì 10 aprile 2012
lunedì 19 marzo 2012
mercoledì 14 dicembre 2011
Giovani scrittori crescono: a tu per tu con gli allievi della Scuola Holden

Lo studio della filologia condiziona i suoi gusti letterari?
Lo studio della filologia, più che condizionare i miei gusti letterari, ha completato lo sguardo nella lettura. Mi riferisco in particolare ad Auerbach, Spitzer, Contini e, in generale, ai maggiori esponenti della stilistica moderna, il cui studio ha affinato il modo di approcciarmi ai testi. I dettagli minuziosi dello stile, i rapporti intertestuali, l'analisi delle varianti: tutti quegli aspetti che permettono di entrare nel “laboratorio di scrittura” di un autore, esulando da discorsi più generali sul valore formale e letterario delle loro opere. Questo non significa, però, che i miei gusti letterari siano rivolti soltanto a scrittori stilisticamente virtuosi e originali. Tutt’altro. Credo che l’importante sia sempre la storia, perché è la storia a determinare la forza e la potenza di qualsiasi forma di narrazione. “Storia” è un termine piuttosto vago, ne sono consapevole, infatti non voglio che si confonda “storia” con quello che, tecnicamente, chiamiamo “plot”. Mettiamola così: la “storia” è tutto ciò che sta al di fuori della presenza dell’autore nella narrazione, tutto ciò che va al di là dell’esibizione del sé, dei propri eccessi stilistici, delle ipocondrie narcisistiche. Intendiamoci, l’autore è inevitabilmente dentro l’opera, ma deve esserci per raccontare e non per raccontarsi o, peggio, per mostrarsi e cantarsela. Per concludere: la filologia mi ha fornito degli strumenti in più per rintracciare la “voce” dell’autore dentro i testi, ed è solo dalle “voci” dei grandi scrittori che, a mio avviso, si può imparare qualcosa.
Le sue esperienze di scrittura spaziano tra poesia, narrazione e sceneggiatura: qual è il linguaggio in cui maggiormente si identifica?
La volontà di esercitarsi con linguaggi differenti è fisiologica e importante. Quando iniziamo a giocare a calcio è un po’ così: proviamo tutti i ruoli finché, grazie all'’allenamento e imparando a conoscerci, troviamo la giusta posizione in campo. Per la narrazione questo processo non finisce mai: ci sono alcuni che si trovano a loro agio in più linguaggi (per esempio Pasolini) e altri che si sentono nati per uno soltanto (e poi, magari, rimettono in dubbio le loro certezze). Al momento non saprei rispondere alla domanda, sto lavorando sulla scrittura narrativa ed è tutto quel che so.
Quale ideale di scrittore desidererebbe incarnare?
Non ho nessun ideale di scrittore che desidero incarnare, l’unico desiderio è arrivare alla parola fine del romanzo su cui sto lavorando. È un impegno così faticoso e lungo che, davvero, non ho altro desiderio che questo.
Perché si è iscritto a una scuola di scrittura?
Ero entrato alla Scuola Holden deciso a cimentarmi con la regia e la sceneggiatura, ritrovandomi, al termine dei due anni, a lavorare quasi esclusivamente sulla narrativa. Il fatto che la Holden proponga un percorso di studi interdisciplinare sullo storytelling mi ha dato la possibilità di imparare qualcosa di utile da tutti i vari linguaggi e, parallelamente, di conoscere meglio la mia natura. Regia e sceneggiatura richiedono un lavoro collettivo, in cui i tempi sono stretti e i ritmi frenetici, c’è una maggiore consapevolezza che quello che si sta creando è un prodotto che ha costi importanti e quindi deve avere un mercato. La scrittura narrativa, al contrario, è un lavoro solitario, molto più faticoso, pieno di incertezze, in cui si mettono in gioco nodi personali e delicati. O perlomeno, per il modo in cui la vivo io, la scrittura. Pensiamo a "Guerra e pace": com'è possibile anche solo pensare di imbarcarsi in un lavoro così complesso e complicato, resistere a una fatica fisica e intellettuale così estrema, mettere nero su bianco tanta natura umana, un'intera nazione, un'epoca, tutto se stesso? Innanzitutto bisogna sedersi tutti i giorni davanti alla tastiera e scrivere, qualsiasi cosa succeda, sempre, poi rileggere, correggere, riscrivere. Per chi si trova a scrivere il primo libro è anche peggio: stiamo investendo un quantità spaventosa di energie senza sapere se, finito il lavoro, ammesso che sia un lavoro valido, ci sarà un editore pronto a scommettere su di noi e un pubblico disposto a pagare per leggere la nostra storia. Cormac McCarthy sostiene che scrivere è un atto di fede. Stephen King ritiene talentuoso chi riesce a pagarsi la bolletta della luce vendendo ciò che scrive. Follia e realismo, la scrittura sta lì in mezzo. Luca Rastello, nella lezione inaugurale della Holden, per il biennio da me frequentato, disse che la Holden è un avamposto prima della follia: ritengo che sia una definizione giusta per qualsiasi scuola di scrittura. Ho avuto come maestri di Racconto&Romanzo Davide Longo e Dario Voltolini, a cui devo molto. Le loro critiche e i loro consigli sono una guida sicura.
Non vi lasceremo è il titolo del racconto firmato da Fabrizio. Una scrittura sobria e precisa introduce il lettore in un paesaggio nevoso dove giacciono i resti di un incidente aereo.
Il freddo gli aveva spaccato le mani. Attorno alle nocche la pelle si era screpolata fino a sanguinare e la tensione delle dita, strette attorno al manico, allargava le ferite. Hans appoggiò un piede sulla pala e spinse col peso del corpo intero, affondando nella terra dura. Indossava un giaccone blu, lungo, che aveva preso dal corpo di un passeggero morto qualche giorno dopo lo schianto. Elena raccoglieva pezzi di plastica e componeva croci [leggi tutto]
Nato a Pisa, Marco Amerighi ha conseguito il Dottorato in Letterature Straniere Moderne con una tesi sulla narrativa breve contemporanea. La promessa di Durrenmatt è uno dei suoi libri preferiti. Ha pubblicato diversi racconti e sta ultimando il suo primo romanzo.Come nasce il suo interesse per la letteratura spagnola?
Mi sono avvicinato alla letteratura spagnola al primo anno di università, dopo aver letto il Don Quijote di Cervantes, un’opera sorprendente, ricca di storie che si intrecciano e si confondono, un romanzo modernissimo, in cui si ride e ci si commuove. Ma anche infarcito di sperimentazioni linguistiche, di riflessioni sul potere dell’immaginazione e sui limiti della letteratura. Come Don Chisciotte, primo “malato di letteratura” della storia del romanzo, non ho potuto fare a meno di andare a setacciare la letteratura spagnola, nei quattro secoli successivi, per vedere se fosse saltato fuori qualcosa di altrettanto buono. Così ho letto La vida es sueño di Calderón de la Barca, i sonetti di Quevedo, il teatro di Federico García Lorca (Bodas de sangre, solo per citarne una), i versi di Rafael Alberti.
Di quale libro le sarebbe piaciuto essere il protagonista?
Difficile rispondere. Vediamo. Butto lì il protagonista senza nome de Gli incendiati di Moresco che, da nauseato del mondo, conosce una donna bellissima e trova una nuova, folgorante, ragione di vita; il Maestro de Il Maestro e Margherita di Bulgakov, ma più di tutti, però, direi l’Emil di Correre, di Jean Echenoz, il ragazzo sorridente che corre sghembo, svogliato, brutto e senza tecnica, ma che batterà ogni record nei cinquemila e nei diecimila piedi, ridicolizzando i migliori atleti del Reich.
Quando ha l’idea per una storia, cosa la fa decidere tra narrazione e drammaturgia?
Il primo passo che compio non è scegliere cosa sarà la storia che mi gira in testa, se drammaturgia o narrativa, ma organizzare il materiale. Quando scrivo un racconto, ho a disposizione un’idea, una voce narrante, numerose scelte stilistiche di lessico e di montaggio, quindi ho decine, centinaia di possibilità con cui portare a termine questo percorso narrativo. Quando arrivo alla fine, capisco che ci sono io presente in ogni riga, in ogni parola. Ci sono delle volte, però, nelle quali mi accorgo che il materiale su cui sto lavorando risulterebbe più significativo se riuscisse a mostrare soltanto se stesso. Soltanto la storia, voglio dire, i fatti e i personaggi. Come se fossero usciti fuori da soli. Ed ecco allora che penso al teatro. Questo accade più raramente, forse perché è un tipo di lavoro che mi risulta ancora molto faticoso, forse perché ho ancora voglia di sperimentare in narrativa per trovare una mia scrittura personale, ma di sicuro, quando prendo questa strada, lo faccio dopo aver conosciuto tutto ciò di cui sto scrivendo, movimenti, pensieri, postura, desideri, carattere di ogni personaggio. Devo vederli girare per casa come fantasmi per mesi, e solo allora posso farli parlare.
Perché si è iscritto a una scuola di scrittura?
L’iscrizione alla Scuola Holden è stato un salto nel buio. L’ho fatto più che altro per dire a me stesso che a partire da quel giorno sarebbe cambiato tutto, che avrei scritto, che mi sarei lasciato alle spalle alcune scelte passate e che sarei stato aperto a stimoli, novità, critiche, prove difficili. E così è stato.
Una narrazione dal ritmo galoppante costituisce il punto di forza del racconto scritto da Marco, Quello che fanno le fiamme. Ne sono protagonisti alcuni giovani di una provincia qualsiasi che, indossate le maschere dei loro eroi, si trasformano in branco.
Quando ci riunivamo nel vecchio mattatoio, non eravamo più noi. Esisteva la Banda e basta. Io, col caschetto a due corna, ero Thor. Stefano, mascherina azzurra e rossa sugli occhi, Capitan America, Il Dottore, Dottor Destino, e Il Trifo, be’, lui era un caso a parte, perché, nonostante le nostri obiezioni, voleva essere a tutti i costi Ciubecca, il compagno di Ian Solo in Guerre Stellari. Le nostre obiezioni riguardavano la mole di quel costume e il fatto che ogni volta ci metteva un’ora a infilarselo [leggi tutto]
mercoledì 23 novembre 2011
Giovani scrittori crescono: a tu per tu con gli allievi de Lalineascritta di Antonella Cilento

Nata a Napoli, Aureliana Donadio vive sulle sponde del Lago Patria con la famiglia e tre cani. Ama la natura, il teatro, la ceramica e la scrittura. Ortese e Munro sono le autrici che predilige. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in raccolte antologiche.
Su quali autori è avvenuto il suo apprendistato letterario?
La prima memoria di un libro “adulto” (quando iniziarono a regalarmi quelli con pochissime illustrazioni) risale ai miei otto anni: la riduzione per bambini de Le mille e una notte. Affascinata e coinvolta, vivevo nella narrazione. Da ragazzina ho amato Kipling e un testo scolastico, l’Odissea con le letture mitologiche che l’insegnante delle scuole medie ci spingeva a fare. Il libro rivelazione è stato per me Il mare non bagna Napoli della Ortese: una voce appassionata di denuncia, ricca di immagini inconsuete, che elideva ogni facile retorica su Napoli. Anche io misi gli “occhiali” per fare i conti con la mia città e capii che la buona scrittura non è mai crudele o gentile, ma è capace di mostrare la realtà, quale essa sia. Nomino solo alcuni tra gli autori che amo: la Morante dell’Isola di Arturo, un’infanzia magica e selvaggia che vede sgretolarsi i suoi miti e attraverso la rabbia, la disperazione, la disillusione va verso l’età adulta, consapevole delle ambiguità; il Parise dei Sillabari, il Buzzati de Il deserto dei Tartari, che ho sentito compagno in un periodo in cui vivevo attese e sospensioni, e ancora Calvino, Moupassant, Yourcenar, Ibsen, legato al mio interesse per il teatro e poi Bradbury, Cechov, Munro, Roth, Coe, Franzen, Malamud, Faber. Sto parlando anche di autori di oggi perché penso che il mio apprendistato non sia mai finito.
Cosa apprezza di più in un testo narrativo?
La struttura, la storia, le varie voci, la verosimiglianza e anche le sperimentazioni: non esiste un ordine di importanza. Indispensabile è che un racconto o un romanzo mostrino la natura umana e la sua complessità. Vorrei nominare a proposito un’autrice che amo, Alice Munro, che ho conosciuto con Nemico, amico, amante…, un libro di racconti dove la prospettiva, soprattutto degli sguardi femminili, appare naturale, spontanea. Solo dopo la lettura ho riflettuto su come tutto sia stato ben costruito: l’osservazione di un attributo fisico, dell’abbigliamento, della casa che il personaggio abita, quel che pensa, che prova dentro, le sue caratteristiche psicologiche. Inoltre amo quei racconti perché mostrano una realtà comune, fatta di eventi anche banali, che d’improvviso possono diventare speciali e dare un senso nuovo, far emergere una risorsa che il personaggio aveva dentro sé o anche cristallizzarlo, tutta la vita, nel tempo di un momento. Cosa è accaduto, perché il protagonista è arrivato a quel punto? La Munro investiga. Si parte da una lettera scritta per scherzo, da un bacio, una malattia, che, mescolate alla crudeltà o alla leggerezza della vita ordinaria, fanno scaturire eventi; alla fine si ricompone il mosaico e noi vediamo che quel mosaico nell’insieme è la vita.
Quando scrive, da dove attinge la materia delle sue storie?
È difficile ricostruire la genesi di un racconto. Di solito parto da un’immagine. Un mio racconto, ad esempio, è nato osservando lo sguardo di un uomo in un dipinto; quello sguardo continuava a parlarmi di un tratto di carattere distintivo, poi è venuta la sua personalità, i suoi problemi, un momento della sua vita. Un altro racconto è nato dal ricordo di una strada che nell’adolescenza ho percorso per anni: le scale di San Marcellino, nel centro storico. A quell’immagine si era associato un personaggio, una prostituta, che sembrava volesse abitare e vivere proprio lì. Non scrivo subito ma lascio che per qualche giorno compaiano delle immagini, diciamo che “vedo” agire il/la protagonista e contemporaneamente mi metto a fare supposizioni sulla sua vita, poi, compresa la storia, prendo qualche appunto cercando di organizzare una struttura e mi metto a scrivere. A volte, strada facendo, il personaggio sembra decidere altro o forse sono io che mi chiarisco meglio. Comunque attingo dalla mia esperienza, nel senso che, poiché sono certa che in ognuno di noi ci sia tutta la gamma di sentimenti, sensazioni e pulsioni possibili, che condividiamo con l’umanità, cerco di usarli per costruire un buon racconto. Naturalmente ogni persona che scrive parla dal suo angolo di osservazione, con i suoi temi ritornanti.
Perché si è iscritta a una scuola di scrittura?
Perché volevo uscire dalla scrittura autobiografica ed ero certa che, come per qualunque mestiere, fossero necessari l’acquisizione della tecnica e un buon apprendistato. Antonella Cilento è maestra competente, chiara e comunicativa, che non si risparmia, ma l’appuntamento settimanale con lei e il gruppo è molto di più, è come stare a bottega. Al di là della comprensione di regole, personaggi, tempi, strutture ecc., si impara a leggere, a capire perché le storie funzionano, a godere della scrittura dei buoni libri. Inoltre il confronto tra i lavori dei compagni è quanto di meglio esista per comprendere errori, risolvere dubbi; i confronti sono stimoli preziosi, innescano anche nuove visuali.
Il racconto firmato da Aureliana si intitola Sotto e ha come protagonisti due bambini, Sara e Salvo. Lei, vivace e in cerca di un riferimento affettivo; lui, intelligente e condannato dalla malattia. La scrittura, più che sulle descrizioni, punta sul coinvolgimento emotivo raggiungendo in pieno il suo obiettivo in un finale sospeso tra crudeltà e immaginazione.
Avevo nove anni, era il millenovecentosettantanove. I miei nonni, che abitavano nel mio stesso palazzo, avevano comprato il televisore a colori e mia madre era contenta che il pomeriggio salissi da loro per vedere i cartoni. Mamma faceva l’infermiera, quando ritornava dal lavoro era sempre a telefono con qualche amica e cercava di non farmi ascoltare che voleva separarsi da papà. Lui lavorava [leggi tutto]
Laureato in Giurisprudenza, Michele Di Palma vive tra Napoli e Milano. Alla passione per la scrittura affianca un talento musicale che si esprime attraverso lo studio del flauto e del sax tenore. La narrazione breve è la forma letteraria in cui più gli piace esercitarsi.
Come nasce la sua predilezione per il racconto?
L’ interesse per le narrazioni brevi è legato indubbiamente alle mie prime letture, ai racconti e alle poesie -storie in rima, ai limerick geniali di Gianni Rodari e alle Fiabe Italiane curate da Italo Calvino. Questi due grandi scrittori sono stati i miei primi modelli letterari e lo sono tuttora. Penso che questa propensione per la forma breve sia anche connaturata al mio carattere, alla mia personalità: sono di poche parole, mi piace soprattutto ascoltare. Amo le piccole storie, i fatti minimi del quotidiano. E mi piace guardarmi intorno: in autobus e in metropolitana prendo sempre appunti.
Musica e letteratura sono per lei interessi tra loro complementari o distinti?
Direi senz’altro complementari. Musica e letteratura presentano notevoli affinità, anche le parole si somigliano: penso al ritmo, alle pause, al tono e all’andamento musicale di un testo. Uno spartito si legge, un dialogo deve suonare bene.
Come scrittore, qual è il suo sogno nel cassetto?
Scrivere un racconto in grado di agganciare il lettore alla pagina, chiedendo alle parole di assumere la forza di azioni, come diceva il grande Raymond Carver. Credo sia il sogno di tutti gli scrittori.
Perché si è iscritto a una scuola di scrittura?
Per acquisire “i ferri del mestiere”, per confrontarmi con persone con i miei stessi interessi, per vincere l’imbarazzo di leggere in pubblico le mie storie, per superare il cosiddetto “blocco dello scrittore” (ne ho sofferto per anni). Lalineascritta è la scuola ideale. Mi ha dato e mi sta dando tantissimo: sono cresciuto come persona e sto progredendo nella scrittura. Proprio ciò che desideravo.
Punti neri, piccoli inestetismi è il titolo del racconto di Michele. Svolto in forma dialogica, il testo ha un'ambientazione estiva e un tono comico. Ne sono protagonisti due ex compagni di scuola che, un po' per caso e un po' per necessità, dopo molti anni si ritrovano a flirtare.
Spiaggia di Miliscola. Una ragazza sui venticinque anni truccatissima, in costume da bagno intero zebrato, si avvicina a un coetaneo, un tipo alto e stempiato in boxer scuri, che passeggia compito sulla battigia [leggi tutto]
lunedì 17 ottobre 2011
Giovani scrittori crescono: a tu per tu con gli allievi del Laboratorio di Scrittura Walter Tobagi Venezia
Si chiama Giovanna Miolli, è nata a Padova ed è laureata in Filosofia. Spirito critico e ironia sono i suoi tratti distintivi, insieme all'attitudine letteraria che coltiva con tenacia e determinazione. Ha già pubblicato due racconti e il suo desiderio più grande è diventare scrittrice.
Quale funzione ha la fantasia nella sua scrittura?
La parola “fantasia” mi piace molto, ma forse è un po’ fuorviante: potrebbe sembrare che io scriva di nani, fate e folletti (con tutto il rispetto per i folletti, le fate e i nani!). Preferirei la parola “immaginazione”. Ma forse è altrettanto ambigua. Una volta una persona mi ha detto che tendo al delirio onirico, ricordo che l’osservazione mi era piaciuta. «Grazie!», ho risposto a quella persona, «Questa me la terrò a mente». Così ho fatto, l’ho tenuta a mente e ora mi torna utile: il tipo di fantasia che dispiego mentre scrivo è una specie di immaginazione tendente all’onirico. Racconto di cose che non accadono per parlare delle cose che accadono, scrivo di cose irreali per parlare delle cose reali. Uso la meccanica del sogno, o meglio: la dinamica del sogno. Nei sogni possiamo volare, parlare improvvisamente altre lingue, riempirci di cibo senza ingrassare, finire dentro a scatole che contengono altre scatole che contengono scatoline che contengono un labirinto di scatole. Le persone morte sono vive, le scene cambiano repentinamente: da una stanza chiusa ci troviamo, senza sapere come ciò sia accaduto, in un fienile fatto completamente di vetro, dove la luce è come paglia. E così via. Poi ognuno renderà conto dei propri sogni. Io rendo conto dei miei. Li uso come pretesti, come possibili vie per parlare di ciò che è umano, dei sentimenti, delle sorprese, delle situazioni che cambiano a dispetto del nostro controllo e della nostra volontà, del rendercene conto o meno. Fino ad ora nessun folletto o fata o nano si è introdotto nel mio orizzonte onirico, ma… si sa, mai dire mai.
Di quali autori si sente debitrice?
Sono debitrice, questo è certo. Ma di libri, più che altro. Di libri direttamente, e di autori indirettamente. Direttamente: di Cent’anni di solitudine; indirettamente: di Gabriel García Márquez. Direttamente: di Pantaleón e le visitatrici; indirettamente: di Mario Vargas Llosa. Direttamente: di Il maestro e Margherita; indirettamente: di Michail Bulgakov. Il primo e il terzo per l’immaginario, per il modo di giocare con il magico, con il sorprendente, per le atmosfere che vibrano ad ogni pagina. Il secondo per lo stile, a dir poco geniale. Sarei curiosa di vedere cosa accadrebbe in un romanzo che contesse tutti i personaggi di questi tre libri. Un gran minestrone, sicuramente. Ma sarebbe bello vedere uno dei tanti Aureliani o Arcadi usufruire del servizio delle visitatrici creato da Pantaléon, e incontrare sulla via del ritorno Mefistofele o Ponzio Pilato. Spero di sognare tutto questo un giorno. O una notte.
L’ultimo libro che ha letto?
L’ultimo libro non l’ho scelto io: me lo hanno consigliato. «È geniale», mi è stato detto. «È folle», mi è stato detto in aggiunta. Con simili premesse, potevo non leggerlo? I quindicimila passi, di Vitaliano Trevisan. Mi sono vista costretta ad essere d’accordo con il consigliere di libri pazzi e folli: quel libro è effettivamente folle e pazzo. Anche geniale, non dico di no. Il pretesto, se non altro, lo è: un uomo, ogni volta che esce di casa a piedi, conta e annota il numero di passi che fa per recarsi nel luogo di destinazione. Andata e ritorno. Il punto è… il punto è che il numero dei passi dell’andata non coincide mai con il numero dei passi del ritorno. Tranne in rari, rarissimi casi. Uno di questi casi è proprio quello raccontato nel romanzo: quindicimila passi all’andata e altrettanti al ritorno. Un folle libro sulle cose che non tornano, e sulle cose che, invece, quando tornano, non si capisce bene come ciò sia potuto accadere, né ci si ricorda precisamente come sia andata tutta la faccenda. E quindi sì: geniale. Allucinatorio.
Perché si è iscritta a una scuola di scrittura?
Per cominciare a fare le cose sul serio? Qualcosa di simile. Puoi scrivere anche tutto il giorno, tutti i giorni, ma startene al riparo, in casa: nessuno legge ciò che scrivi, nessuno sa neppure che scrivi. Ti va bene. Non vuoi nulla di più. Lo fai per te, lo fai perché “ti viene”. Ma arriva il momento in cui desideri avere una risposta dal mondo. Capire fin dove sei arrivato, quanta strada c’è ancora da fare, dove urge perfezionare, migliorare, limare, distruggere, ricostruire, cancellare, stare fermi per un po’, poi scattare. Avevo bisogno, un bisogno estremamente egoistico, di confrontarmi con altre persone che scrivono e di capire cosa stavo – cosa sto – facendo io. Poi è intervenuto anche un altro aspetto: la necessità di un po’ d’aria. Al tempo in cui mi iscrissi alla scuola di scrittura ero immersa nella tesi di laurea. Avere un secondo pensiero che bilanciasse il primo è stato a dir poco salvifico. Credo molto nelle bilance, nei contrappesi, negli equilibri che si tratta di creare per sentire che la nostra vita è ancora nostra.
Il testo che Giovanna ci invita a leggere si intitola Oggi e metà di ieri, racconto che adopera il registro ironico e surreale e che contiene una pungente critica di certi costumi entrati ormai a far parte della nostra quotidianità. A conferma dello spiccato autobiografismo, la narrazione è in prima persona.
Nella perpendicolare sopra l’autobus un cielo che pare latte di capra cagliato, c’è tutto un quartiere di case galleggianti là in alto. Si ferma (l’autobus). Salgo, non proprio sulla perpendicolare. Davanti a me un ragazzetto con la pettinatura a leccata di vacca. Eccolo lì il ciuffo nero-lucido, chilometrico, spalmato sopra mezza faccia. Dalla tempia in alto a destra, al mento in basso a sinistra. «Dio santissimo, ma ci vedi?» [leggi tutto]
Trevigiana, laureata in Lettere, insegnante: è questo l'identikit di Roberta Reginato. Nel suo curriculum ampio spazio è riservato alla conduzione di laboratori di scrittura creativa e di atelier autobiografici in vari contesti educativi e sociali. Tra i suoi interessi, il teatro - quello di ricerca e di narrazione - e la didattica metacognitiva.
Parola agita e parola scritta: cosa la fa propendere per l’una o per l’altra?
Da piccola ascoltavo le Fiabe Sonore nel mangiadischi, con la voce di Paolo Poli, e a scuola si facevano le gare di lettura registrandosi sui nastri a bobina. Per me le parole sono sempre state vive e dalla passione per la letteratura a quella per il teatro il passo è stato naturale. Il teatro come luogo in cui le parole si incarnano e diventano realtà. Che si tratti di Sofocle o Brecht, di Shakespeare o Beckett, prediligo l’approccio del teatro di ricerca - dagli etjud di Stanislavskij fino al più recente teatro di narrazione - perché mette insieme con forza straordinaria la parola scritta e quella agita, attivando nel pubblico un vero e proprio immaginario da lettore. La mia indole melanconica mi farebbe propendere per la dimensione intima della parola scritta; eppure le mie esperienze professionali e sociali mi hanno spinto verso la parola agita, sia in senso artistico che relazionale. Devo ammettere che non la vivo come una dicotomia, ma piuttosto come una interessante duplicità.
C’è un libro che ha segnato la sua vita?
La mia vita è segnata dai libri. Ne leggo sempre due o tre contemporaneamente e quando ripenso a un libro spesso mi sfugge la trama, ma ne conservo le memorie emozionali. Ho letto Pippi Calzelunghe a dieci anni, in pieno trasloco, e Villa Villacolle è diventata la mia casa. Dostoevskij, Pirandello e Rimbaud a diciott'anni, quando la realtà mi stava stretta e cercavo nuove prospettive di senso. Una donna spezzata a venticinque e mi sono rispecchiata nella complessità dell’essere donna. Da giovane insegnante, Sanguineti, Queneau, Pennac, Brizzi mi hanno salvato dai rischi del didatticismo. Le scritture di Camilleri, Vargas Llosa, Márquez, Szymborska sono state delle indimenticabili esperienze estetiche, per me che amo la parola nella sua fisicità. Ma forse, più che ai libri, finisco per affezionarmi agli scrittori e ogni volta che ne cito uno, mi sembra di fare un torto agli altri, non nominandoli. Dei libri che non mi piacciono, però, mi dimentico facilmente, senza rancore.
Che efficacia hanno le alternative alla lettura tout court?
Se devo rispondere come “prof”, penso che non ci siano alternative alla lettura in senso stretto, ma solo percorsi diversi per arrivare al libro. Possiamo raccontare le fiabe ai nostri bimbi; avere scaffali di libri in casa; esibire l’abitudine di leggere durante la giornata, avere una poltrona preferita, un libro in borsa per le attese dal dentista; possiamo andare in biblioteca, in libreria, possiamo parlare di libri, scambiarceli con gli amici, commentare quelli che leggiamo, andarli a vedere al cinema, a teatro, sul web. Più libri girano intorno ai giovani, più possibilità ci sono che arrivi l’incontro fatale: il momento in cui si entra in risonanza con le parole. Proust scriveva che “ogni lettore, quando legge, legge se stesso.” Davvero non so se sia possibile trasmettere la passione per i libri, penso però che sia una responsabilità di chi ama la lettura e la scrittura farle conoscere e sperimentare, come insostituibile esperienza artistica e formativa. Questa è una delle principali ragioni per cui faccio l’insegnante.
Perché si è iscritta a una scuola di scrittura?
Ho spesso trascurato la mia passione per la scrittura “creativa”, anche se per ragioni professionali impegno gran parte del mio tempo nella scrittura “funzionale”. Così, a quarantasette anni, mi sono iscritta ad un laboratorio di scrittura per provare a dedicarmi in modo più sistematico allo scrivere e per confrontarmi con chi condivide la mia passione. Mi piace ascoltare le storie degli altri, raccontare frammenti di vita, scrivere di gente qualunque, dello straordinario che c’è nel quotidiano, di ciò che ci è talmente vicino da sfuggirci. Mi piace tratteggiare con le parole, allungare lo sguardo, cercare risonanze, alternare piani diversi. Lo faccio per me, da sempre è il mio modo di dominare le cose, che in genere tendono a invadermi e travolgermi. «Dovresti scrivere sul serio», mi hanno detto negli anni diverse persone. Ma per scrivere sul serio ci vuole tempo, tanto tempo, che io ho sempre scelto di dedicare alla scuola, alla ricerca, al sociale e alla famiglia. Scrivere col rischio che poi tutto finisca cestinato? Investire mesi, anni in qualcosa che magari non porta a nulla? E poi i meccanismi del mercato editoriale sembrano così pilotati e imperscrutabili. Scrivere sul serio: un lusso narcisistico che potrei concedermi?
Di Roberta proponiamo Formula inversa, racconto ambientato nel mondo della scuola. Motore dell'azione è il tormento adolescenziale, un sottile disagio che l'autrice descrive con cognizione di causa e che deriva dagli errori in cui molti adulti incorrono quando operano delle scelte ignorando le reali aspirazioni dei propri figli.
Quella mattina, professore assente. Tanto meglio – pensi tu. E invece manca anche il supplente, perciò venite smistati nelle altre classi. Tu finisci in terza effe: lezione di Costruzioni. “Buongiorno, prendete posto laggiù... – barba e cravatta, il professore spiega – la scienza delle costruzioni si occupa della statica degli edifici, permettendo un calcolo preciso delle componenti strutturali attraverso l’analisi matematica.” Ti siedi su una sedia libera.
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lunedì 3 ottobre 2011
Giovani scrittori crescono: a tu per tu con gli allievi di Raul Montanari
Questa foto risale al 2006. Ritrae me e Lucio con gli zaini appoggiati per terra. Siamo di passaggio in qualche stazione ferroviaria del Sud. Dietro di noi, sfocato, un treno in movimento. In partenza, o forse in arrivo. Il sole ritaglia sul marciapiede sotto la pensilina un’ombra piuttosto netta. Meriggia, è estate. Ritrovo, inchiodata sulla mia faccia, la tracotanza del neo-laureato in un’università privata e possibilmente costosa. Entro pochi mesi comincerò a cercare lavoro e allora la mia sicurezza vacillerà. [leggi tutto]
A tredici anni smerciavo le sigarette di contrabbando.
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